“Non sono fatto come nessuno di quanti ho conosciuto. Oso credere che non sono fatto come nessuno di quanti ho conosciuto; oso credere che non sono fatto come nessuno di quanti esistono”.

(Jean-Jacques Rousseau- Le Confessioni)

Unico. Inimitabile. Capace di stupire dopo avere affermato il contrario. “Clarus ob oscuram famam”, come qualcuno battezzò il filosofo Eraclito. Pietro Mennea se n’è andato nel primo giorno di Primavera del 21 marzo 2013. Sei anni fa.Circa cinque anni prima, giugno 2008, aveva preso parte a un seminario-incontro a Manesseno, nella bella sede di Villa Serra, per presentare i suoi libri. Personalmente avevo scoperto un altro Mennea, un uomo vitalissimo, capace di raccontare aneddoti sulle sue preparazioni feroci a Formia: “Mi allenavo quattro ore al giorno. Ma, se avessi voluto e potuto, mi sarei allenato sette ore al giorno”. Quella ferocia che gli fa compiere il miracolo all’Olimpiade di Mosca 1980, quando, con un recupero prodigioso, affianca e supera negli ultimi metri l’inglese Wells e vince a mani alzate: “Quel giorno Primo Nebiolo protestò perchè mi avevano dato una delle corsie peggiori.Poco male, vinsi lo stesso”. In anticipo con i tempi, qualcuno parlò di Rabbia del Sud: “Gianni Brera diceva che avevo un cranio mesopotamico. Proprio così. Mi parlava di migrazioni dall’Asia in Puglia”. La testa di Mennea sopravanza tutti nel “giorno dei giorni” a Città del Messico, 12 settembre 1979. Ci vorranno 17 anni prima che Michael Johnson, il 23 giugno 1996, corra in 19”66. E adesso, Pietro?: “Hai da zappà (testuali parole-ndr). Bisogna lavorare molto , prima di correre a quei livelli. Non so quante ripetute in salita facevo sulle strade di Formia. Poi mi dissetavo a una fontanella…”. Parole belle, che riportano a un’atletica sanguigna, vera, fatta di fatica e classe immensa. Grazie di tutto, Pietro…..