“Non mi dispiaceva correre. Quando praticavo il bigiornaliero a Formia la prima razione di allenamento era basata su una sana corsa di quaranta minuti. Vittori era molto esigente. In fondo una gara di mezzofondo mi suscita nostalgie…”. Così il grande, grandissimo Pietro Mennea a Serra Riccò (Genova), in occasione (era il 2010) di un convegno organizzato dalla gloriosa Ss Trionfo Ligure 1907 in concomitanza con il Memorial Angelo Davoli .

Riscopriamo un Mennea con verve podistica? Cerchiamo, con doveroso rispetto, di andare cauti: “Il professore (Carlo Vittori-ndr) diceva a tutti che avrei dovuto fare gli ottocento. Me lo disse un giorno, al termine di un allenamento di questo tipo: dieci volte gli ottanta metri, cinque minuti di recupero, un quattrocento in 46’00” (sic!) , sei minuti di recupero, un trecento in 32”00 (altro sic!)…” Però gli 800 Mennea non li ha mai fatti, altrimenti forse l’annoso 1’43”7 di Marcello Fiasconaro sarebbe crollato.

E comunque tanto training uscì fuori in maniera tremenda, ferocemente fantastica , in quella calda sera a Mosca, nell’agosto del 1980, con quella rimonta titanica nei 200 metri , quando Pietro piomba con rabbia su Alan Wells, muscolare inglese, anzi scozzese, per dare all’Italia un meraviglioso oro , vent’anni dopo Livio Berruti: “Forse voi non conoscete un particolare. Prima della finale, due giudici, un inglese e uno slavo, mi danno la quarta corsia, che non è il massimo. Le migliori sono la quinta o la sesta. Ma non è finita. In assenza degli altri membri, cambiano le carte in tavola e fanno di peggio: mi danno l’ottava. Quando ho visto Primo Nebiolo dare quasi in escandescenze in tribuna, e quei due sghignazzare, ho sentito montare l’ira”.

 La “rabbia del Sud”, come qualche giornalista ha scritto: e così l’urlo “Mennea!” , gridato dal povero Paolo Rosi rende eterni quegli ultimi venti metri , quel dito alzato al cielo (o forse a indicare i giudici?). Ricorda con rabbia…Adesso Pietro Mennea , cinque Olimpiadi all’attivo, oro olimpico a Mosca 1980, record mondiale sui 200 a Città del Messico il 12 settembre 1979, si racconta con ricchezza di aneddoti e episodi: “ Le radici del mio furore agonistico? Forse addirittura nel Dna delle genti pugliesi. Nelle sue spedizioni nel Sud Italia Annibale aveva  reclutato mercenari antiromani delle più varie origini.Un giorno Gianni Brera , che nei suoi studi classici aveva letto “Le Storie “ di Polibio, chiede di toccarmi il cranio. Acconsento e lui mi dice: hai un cranio mesopotamico . Forse si riferiva proprio ai durissimi e inflessibili soldati dell’esercito punico, che sconfissero in una disfatta i Romani a Canne”. (Prima parte- con